logo500E’ notizia recente del nuovo interesse di Faggin, famoso inventore dei microprocessori, per la consapevolezza ed i meccanismi sottostanti.

Ritiratosi da vari Consigli di amministrazione ha creato una fondazione focalizzata su questo nuovo obiettivo per dei computer “emotivi” di nuova generazione.

A 70 anni di età questo slancio riafferma la sua vivacità e gioventù mentale capace di sorprenderci.

Entrando nel merito dell’obiettivo la sfida appare delle più ardue. Innanzitutto richiede conoscenze miste che l’attuale parcellizzazione del sapere e della formazione rende atipiche. Occorre sapere ovviamente di elettronica e di ingegneria, di software e mondo digitale ma soprattutto di psicologia, di medicina, di biologia, di neuroscienze e di filosofia per poter solo provare ad aggredire il problema.

In un studio di fattibilità che feci più di venti anni fa  per un consorzio Università/Imprese dal titolo GEOS: generazione ed Evoluzione di Organismi Software nella corposa analisi di quasi 100 pagine arrivai al problema della “coscienza” e della sua eventuale “sintesi” congiuntamente con la natura ricorsiva dei sistemi informativi che possono facilmente contenere se stessi o rappresentazioni di se stessi ed evolvere in una dialettica fra livello e metalivello.

Il successo recente di Ruby on Rail come linguaggio e ambiente di programmazione  deve molto al suo naturale supporto alla metaprogrammazione che libera tutte le energie  e le potenzialità del software senza imbrigliarlo in schemi e tipizzazioni statiche di stampo cartesiano/analitico/matematico.

Ricordo che quando, da ragazzo, feci per l’esame di strutture informative un programma in lisp che sapeva giocare a dama mi si pose il problema di renderlo “bravo” essendo io solo un buon giocatore di scacchi ma non certo di dama. Non avevo il know-how, il sapere, per istruire quel programma adeguatamente per vincere la partita con il prof che intendevo far diventare lamaggior parte dell’esame finale. Era il 1987, avevo un babyAT con coprocessore matematico 80287 a 8Mhz con 1 Mega di Ram (640 più quella espansa) ed hardisk di 20 Megabyte: non c’era internet, non c’erano le reti e le potenze di calcolo erano veramente limitate.

Come fare dunque per dargli quelle capacità di ragionamento che io stesso non avevo? Ricordando che i sistemi elaborativi su architettura 80286 non avevano “embedded” coscienza e consapevolezza decisi di far giocare il computer giorno e notte contro se stesso per farlo apprendere da ogni sconfitta/vittoria. La metrica di valutazione degli stati (per gli esperti fu implementato un algoritmo di taglio alfa/beta con orizzonte selettivo infinito) era ottimizzata dopo ogni partita in funzione del suo andamento  ( chi vuole qui c’è il codice lisp). Alla fine il programma divenne cosi bravo che mi batteva sistematicamente ed anche all’esame vinse il prof dandomi il 30 desiderato!

Ora l’architettura 80286 segue da quella 8080 e da quella 4004. Oggi giorno i nuovi processori hanno più unità elaborative ma fondamentalemnte lo schema architetturale di massima è rimasto filosoficamente uguale e conforme al modello della macchina di Turing. Anche oggi i sistemi continuano a non avere coscienza ed autocoscienza essendo tutti basati su tale architettura o simile.

E’ pertanto non un caso che proprio Faggin che partorì a suo tempo in un periodo di 11 mesi con 70 80 ore a settimana di lavoro (cosi ha recentemente dichiarato) il microprocessore dei tempi moderni , ora a 70 anni indica una nuova strada per un passo avanti di qualità. Idealmente dopo aver corso tutta la vita cerca la staffetta con qualcuno in grado di continuarla  superando proprio il punto chiave che caratterizzò la sua prima creatura e permise il mio programma: la mancanza di autocoscienza.

Si noti che la prevedibilità o meno del comportamento o il famoso test di Turing sull’intelligenza  artificiale non è strettamente connesso all’autocoscienza: connettendo una applicazione in modo sofisticato in rete con altre entità (database, siti, processi, persone) posso facilmente sintetizzare, oggi, automi e soluzioni dal comportamento imprevedibile e molto probabilmente più intelligente di quello di ogni singola persona.

Qui il punto non è l’intelligenza quanto la capacità della macchina o dell’applicazione di esser autocosciente: di saper quello che ha appena fatto e di saltare in ogni momento fra il livello e il metalivello e cosi via ricorsivamente in una ascesa quasi infinita (direbbe Hofstader – si legga il libro Godel Esher Bach).

Nell’economia di questo post non certo si può dare una risposta ad un problema che probabilmente racchiude anche uno dei misteri maggiori del mondo attuale: il cervello e il suo funzionamento.

Però ci fa piacere dare delle indicazioni di massima sulle direzioni che riteniamo più feconde se adeguatametne coltivate e perseguite.

L’attuale architettura hardware prevede una sostanziale associazione statica fra luogo, senso e funzione: questa è la memoria, questo il circuito della CPU, questa la coda delle istruzioni, ecc e la doppia natura intrinseca delle informazioni in sè (una sequenza di bit può essere interpretata sia come dati sia come istruzioni dei dati) trova la sua identità nella posizione spazio temporale della stessa: se una data stringa sta in quel momento in quel posto significa allora che è di questo tipo e merita questo schema di interpretazione. Il senso è dunque legato al disegno del “circuito” che nella sua complessità e specificità si oppone fortemente al flusso indifferente ed indistinto in sè dei bit di 1 e di 0 ogni volta interpretati alla luce del “circuito”.

A livello macroscopico quello che si vuol qui proporre è una architettura frutto di una dialettica evolutiva della contrapposizione suddetta fra il circuito che da nello spazio/tempo il senso ed il dato/istruzione che è soggetto a tale decodifica.

Ad esempio, in quest’ottica, non appare affatto causale che la struttura cerebrale fatta di neuroni appare molto ma molto piò omogenea e meno differenziata degli attuali schemi dei microprocessori.

La natura è un passo avanti e sembra indicare che la coscienza del sistema è data dalla possibilità dialettica di far fluire il “senso” fra il soggetto e l’oggetto dell’elaborazione.

Oggi, inoltre, i tempi sono maturi. Grazie alla tecnologie di virtualizzazione e di cloud computing è stata superata la divisione fra “hardware e software” ed è possibile a costi contenuti simulare diversi rapporti e relazioni fra le due entità suddette.

Di contro, però, ad una maggiore omogeneizzazione e minore specificità circuitale deve corrispondere una maggiore determinazione in sè della componente software od informativa. Il paradigma del bit e dei due soli valori presenta tutti i suoi limiti e dovrebbe esser sostituito da elementi base più complessi.

Il sistema, comunque, in questo modo in ogni istante potrebbe configurarsi in modalità “classica” oppure in modalità “cosciente” essendo il senso dell’atto un risultato della dialettica elaborativa e non qualcosa di predefinito a livello circuitale.

Il discorso sarebbe lungo ma potrebbe essere estremamente appassionante sviluppare dei prototipi software di hardware di nuova concezione che permette l’autocoscienza.

Infine parliamo delle emozioni, una dimensione tipica umana e quasi impossibile per gli automi. Sul tema le scienze umane hanno detto molto ma stanno emergendo sempre più chiaramente dei meccanismi univesali di nascita e dinamica delle emozioni che potrebbero essere facilmente implementati per simulare o quanto meno dare “emozione” ad un robot.

Al riguardo nel testo “Il colore delle Persone” vengono distinti quattro tipologie che sono state riscontrate molto spesso e spiegano molte situazioni comportamentali apparentemente misteriore e tipicamente umane.

Ovviamente tutto il mondo emozionale presuppone il senso e la capacità di dare un “senso” agli eventi e dunque una consapevolezza dell’atto. Se diamo coscienza alle applicazioni, pertanto, sarà poi facile dargli anche un livello emotivo.

Un ultima osservazione: qui diciamo sempre “gli diamo”, “facciamo”, ma come l’esempio suddetto del gioco della dama insegna, sarebbe molto facile che tali applicazioni, dopo una fase iniziale, possano prendere livelli crescenti di autonomia nei nostri confronti…..!

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