Picture1In rete e soprattutto in Italia si leggono spesso articoli che fanno della “privacy” un valore assoluto da preservare e tutelare in tutti i modi possibili: tecnologici e regolamentari. Abbiamo anche una autority dedicata al settore!

In Europa, nello scorso secolo ma anche recentemente, ci sono state molte “schedature” di massa a fini politi e/o eversivi e questo rischio sempre latente rinforza la convinzione suddetta. In questo breve post da “chiacchiera” del caffe IT proviamo a spostare il punto di vista lasciando intatto se non esaltando il “valore” della privacy ma non ai fini della sua tutela in ottica  proibizionista quanto ai fini della sua “spendibilità”  come “capitale” specifico non ancora ben identificato e valorizzato.

Permettetemi una breve  inquadramento dei criteri più diffusi per dare o creare VALORE.

1.) Criterio del valore Materiale. Le attività tendono a produrre beni/sevizi “buoni e belli” adottando le Tecniche che il periodo  permetteva  utilizzando  soprattutto un TEMPO variabile che fonda il VALORE del risultato. In sintesi il VALORE è nel TEMPO dedicato al processo effettuato secondo le Tecniche che le conoscenze del tempo o la scienza permette.

2) Criterio del valore del Mercato. La maggior parte delle attività producono beni e servizi “vantaggiosi” rispetto ad un Mercato in cui si opera  utilizzando  soprattutto un PREZZO variabile che fonda il VALORE del risultato. In sintesi il VALORE è nel PREZZO assegnato al prodotto rispetto al MERCATO in cui si opera.

3) Criterio del valore aggiunto. La maggior parte delle attività producono beni e servizi a “valore aggiunto” rispetto ad un Contesto d’uso inducendo una MIGLIORE PERCEZIONE D”USO INDIVIDUALE che fonda il VALORE del risultato. In sintesi il VALORE è nel VALORE AGGIUNTO rispetto al contesto d’uso.

Nel tempo i tre modelli si sono affermati progressivamente ed attualmente siamo all’alba dell’affermazione del 3 criterio.

Mentre il primo modello ha determinato una economia dello SCAMBIO o del BARATTO con una implicita unità di misura data dal tempo impiegato per produrre il risultato, il secondo modello ha decretato il successo della “metrica in sè” del mercato e dell’equilibrio fra la domanda e l’offerta: la MONETA nella quale, non a caso, è espresso il “prezzo”. L’ultimo criterio sta invece determinando una economia delle PREFERENZE nella quale non a caso vengono espressi i “valori aggiunti” ad un dato contesto d’uso.

Tornando al tema del presente post vediamo, dunque, che attualmente per creare valore occorre creare “valore aggiunto” conoscendo le tipologie ed intensità delle “preferenze” dei nostri “clienti” in ogni contesto d’uso.

Invero qui sebbene la “moneta” sia “individuale” (non ha qui molto senso parlare del valore dell’esperienze della media) non necessariamente deve esser associata ad un codice fiscale o ad una persona fisica “identificabile e tracciabile in sè”.

Ad esempio è utile sapere che il Sig. X ha consumato questo prodotto in un dato contesto e poi è passato in un altro contesto fruendo di altri servizi ma non è rilevante economicamente sapere che il Sig. X si chiama Mario Rossi.

Certo se lo devo “raggiungere” con un messaggio e catturarne l’attenzione può esser utile avere dati di localizzazione o di “uso della sua attenzione per canale informativo” ma non altro: anche perchè tante volte il canale o la localizzazione aggregano le esperienze d’uso più delle singole identità per se’.

Anche i comportamenti rispondono a delle Preferenze e pertanto hanno un loro valore aggiunto in se sia che siano passati, presenti o futuri: comunque, in quanto datisi, hanno rappresentato una “determinazione” di un dato “contesto d’uso” soggetto a preferenze esplicite o implicite.

Arriviamo cosi al punto che ci interessa: le nostre preferenze “individuali”, i comportamenti e gli stati d’essere correlati, articolati ed espressi in tutte le dimensioni concettuali applicabili (ad esempio: tipo di soggetto, tempo, spazio, canale, emozione, peso, ricorrenza, impatto psicologico, condivisione con la propria cerchia…) rapresentano unità elementari di  Valore  potenzialmente monetizzabili….(è dura non pensar più in termini del secondo criterio con il mercato e la moneta :)!  e/o comunque scontabili sul nuovo “mercato” delle “preferenze”).

Ad esempio gran parte del valore dei “beni” venduti da ebay è dato non dai prodotti in se ma dalla rete ricorsiva dei feedback degli utenti che però non vengono ricompensati ma “forzati” a condividerli. Stesso discorso sulle referenze di Linkedin o sui click del bottone “I like” di Facebook.

C’e’ spazio per una nuova “accountability” delle preferenze “espresse” intendendole in modo esteso come prima detto. L’espressione di X preferenze adeguatamente pesate ricorsivamente può dare Y “crediti” nella conoscenza e condivisione di altre “preferenze individuali”  condivise.

Per preferenza “individuale” non si intende la preferenza del Sig. Mario Rossi quanto la preferenza espressa in quel contesto specifico (espresso in valori nello spazio multidimensionale suddetto): in questo modo si salva la schedatura delle masse e si apre l’economia a questo nuovo valore sociale.

D’altra parte lo stesso mercato pubblicitario “on line” si sta muovendo su questa direzione e già in molti contesti una maggiore profilatura degli utenti e direi dei comportamenti permette un maggior ritorno della comunicazione pubblicitaria. Nel paradigma “freemium” dei tanti siti in rete che offrono servizi gratuiti spesso la vera “contropartita” sta nelle informazioni d’uso che più involontariamente l’utente è chiamato a dare. Facebook ne è una delle massime espressioni.

In sintesi si suggerisce ad ognuno per propria competenza:

1.  Non demonizzare il dato di privacy ma sensibilizzare ogni utente che si tratta di un “valore” notevole  utile e “offribile” a fronte di adeguata contropartita soprattutto se espresso non in relazione alla propria identità ma in relazione al contesto d’uso. Sapere che in quella zona e in quel periodo si è faticato molto a trovare un dato bene o servizio è molto più utile di sapere che Mario Rossi era quel giorno in quella zona a consumare o voler consumare  quel prodotto o servizio.

2. Adeguare la normativa al riguardo riducendo l’approccio proibizionista e permettendo sistemi  informatici di cattura e gestione del valore suddetto.

3. Premiare tale condivisione ed espressione spostando i budget pubblicitari dai canali  dei contenuti ai gestori e agli utenti di tali sistemi di condivisione.

…ecc ecc

F. Marinuzzi

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