myIn questi giorni stiamo assistendo ad una crisi sistemica dell’Europa e delle economie occidentali che sta mettendo a dura prova non solo i mercati ma anche i governi dei principali paesi fra cui il nostro.

Leggendo i giornali se ne leggono di tutti i colori sui possibili rimedi, sull’opportunità di elezioni a breve o a lungo termine, su governi di grande coalizione od altro: qui non si vuole presentare l’ennesima ricetta ne si ha la palla di vetro per predire il futuro quanto ci si limita ad indicare delle contraddizioni che possono indurre interessanti riflessioni.

La tesi che si sostiene è la seguente:

In questo regime di crisi gli interessi delle parti si invertono e le classi ricche dovrebbero appoggiare politiche per quelle povere e viceversa.

Iniziamo a vedere perchè i ricchi dovrebbero fare una politica per il popolo in tempi di crisi.

Storicamente le classi al potere rappresentanti i poteri forti hanno fatto politiche “pro domo loro” aumentando a dismisura il debito pubblico ed alimentanto tutto un sottobosco di soggetti e realtà strumentali per il loro consenso. Si pensi, ad esempio, alla sanità e ai deficit di alcune regioni nel merito. La salute è un bene caro e potrebbe essere tutelata preventivamente con campagne informative ed investimenti sul wellness piuttosto che con interventi medici “a posteriori” tramite centri convenzionati con spese senza controllo.

L’asimmetrica fra Stato centrale che incassa le tasse e centri di spesa regionali ha fatto il resto.

Di contro i rappresentanti delle classi più “povere”, quando al governo, hanno appoggiato politiche di assistenzialismo e di concertazione sindacale che pur nel loro valore sociale ed etico hanno contribuito a pesare sul bilancio dello stato soprattutto in termini di spesa pensionistica a svantaggio dei giovani e dell’assistenza alle famiglie.

La crisi con la sua violenza della speculazione ha fatto emergere il “buco” o “debito di bilancio” alimentato dai suddetti meccanismi ed ogni giorno fissa un prezzo altissimo per la sopravvivenza in termini di interessi da pagare per finanziarlo.

I conti sono facili a farsi. Avendo circa 2.000 miliardi di euro di debito o in lire la cifra di 4 milioni di miliardi di lire (1 miliardo di euro equivale a 1.000 milioni di euro e dunque a 1000 per 2 miliardi di lire e dunque a 2.000 miliardi di lire) se consideriamo che abbiamo 40 milioni di cittadini “attivi” (escludendo minori ed anziani) si ottiene un debito pro capite sugli attivi di circa  100 milioni di lire a “persona”! Ora se i tassi di finanziamento, il famoso spread, arrivano al 6% annuo significa che ogni anno dobbiamo pagare annualmente SOLO di INTERESSI 120 miliardi di euro o 240.000 miliardi di lire che equivalgono a 6 milioni di lire pro capite attiva all’anno: 500 mila lire al mese per persona attiva solo per sopravvivere come italiani.

Sono cifre monstre che forse la gente non riesce neanche a visualizzare ma che minano dalla base la sovranità popolare e fondano la tesi suddetta dell’inversione degli interessi propri.

L’attuale situazione, infatti, sta erodendo progressivamente e velocemente la ricchezza delle classi più abbienti proprietarie di beni mobili (titoli, azioni, ecc…) ed immobili (tipicamente case).

Un crollo del 5% del mercato azionario ha immediate ripercussioni sui proprietari di quei titoli e delle stesse aziende. Da questo punto di vista è interessante la posizione dell’ex premier che da una parte è mosso dalla ricerca del consenso più ampio e diretto e dall’altra nel garantire valore alle imprese da lui fondate e gestite dai figli che come molte altre negli ultimi anni hanno perso la maggior parte del valore della loro quotazione. Ad esempio Mediaset ad oggi (ora vale 1,215 euro) ha perso circa il 60% rispetto ad un anno fà (luglio 2011 valore 3.126 euro dati tratti da www.borsaitaliana.it) e se andiamo un po’ più indietro abbiamo quasi l‘85% di perdita dal 2007 e il 75% rispetto a due anni fa. Considerando che si hanno 1.181.227.564 azioni in circolazione (fonte mediaset.it) La perdita del 60% dell’ultimo anni significa dunque una perdita media approssimata  giornaliera di circa 6 milioni di euro al giorno o 12 miliardi di lire al giorno tutti i giorni nell’ultimo anno. Anche considerando il dividendo distribuito l’altro anno di 10 centesimi di euro ad azione i numeri non cambiano di molto.

Ragionamenti simili potrebbero esser fatti sui valori immobiliari a seguito del deprezzamento che stanno avendo con le nuove tasse (IMU) e gli adeguamenti delle rendite catastali ma qui i numeri son più difficili da rappresentare ma sicuramente più significativi.

La classe “ricca” sta dunque pagando ed in modo significativo il “conto” di una politica troppo “allegra” mentre le classi inattive e già pensionate, tutelate storicamente dai sindacati stanno mantenendo il loro potere economico pur nei vari adeguamenti.

Fare una politica della competenza e del rigore, della credibilità e dell’interesse generale, come possiamo vedere, può portare a forti benefici alle classi più abbienti quanto meno in termini di abassamento del peso degli interessi che stanno drenando la ricchezza disponibile (mobiliare ed immobiliare): sicuramente prima di tagliare pensioni e stipendi, sorpattutto in un sistema democratico, è più semplice, socialmente, tagliare capitali e ricchezza esistente con anche patrimoniali varie future e probabili.

Di contro per le classi meno ricche e per i partiti che le rappresentano, una politica meno assistenzialistica e più di promozione del merito e della produttività può giovare nel medio lungo periodo a rendere più sostenibile il sistema globale soprattutto in termini di qualità ed efficacia delle prestazioni sanitarie e previdenziali per le nuove generazioni.

In sintesi la crisi è un formidabile elementodi stimolo per anteporre l’interesse “generale” a quello “particolare” per evitare i fenomeni di “boomerang” sistemici tipico di politiche di “parte”.

A meno che si vuol bruciare la casa comune e scappare all’estero con il “maltolto”: una tentazione ultimamente caldeggiata da molti “individualisti” ma che si scontra con le strutture familiari estese e con il radicamento sul territorio che spesso fonda l’identità linguistica e personale. Anzi da questo punto di vista potremmo più rischiare derive centrifughe separatiste (Lega) ma gli scandali recenti apparsi sulla stampa sembrano confermare l’importanza degli interessi generali almeno localistici rispetto a quelli familiari o personali per la credibilità pubblica.

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